La spiritualità dell'uomo medievale

28 - SPIRITUALITÀ POPOLARE ED
ERESIE NEL XI-XIII SECOLO

28.A - Il "risveglio evangelico"

Gli anni immediatamente successivi allo scisma d'Oriente furono scossi, specie nell'Europa mediterranea, da una serie di movimenti spirituali ortodossi e non, che trovarono il favore del popolo minuto, anche a causa dell'insegnamento radicale che seppero proporre. Alcuni autori contemporanei, come il padre Chenu, hanno coniato per questo periodo il termine di "risveglio evangelico", proprio ad intendere il volontario ritorno al Nuovo Testamento che si tradusse, in particolare, nell'imitazione di Cristo e nell'applicazione dei suoi insegnamenti, specialmente i più radicali.

Quest'interpretazione del Vangelo deve essere compresa nell'ambito della cultura del tempo, e non si discostò nemmeno dalle superstizioni e dagli abusi popolari. La fede nei demoni e negli angeli dette origine a tutto un fervore artistico che troviamo ancor oggi ben testimoniato nei monasteri, nei santuari, nelle chiese del tempo e che portò al cosiddetto "catechismo di pietra".

L'uomo medievale non sapeva leggere, non era preparato sufficientemente alla dottrina cristiana, ma aveva un grande vantaggio rispetto all'uomo moderno: aveva molto tempo a disposizione.

In occasione dei pellegrinaggi, anche presso i santuari più vicini, aveva molto tempo da dedicare all'osservazione degli affreschi, delle sculture, delle opere artistiche che potevano fare da cornice ad un altare, un pulpito, persino una semplice porta e, da questa osservazione, imparava a pensare, a rivisitare il suo cammino spirituale e a trarne le debite conseguenze. In questa sua analisi spirituale fu favorito anche da alcune consuetudini del tempo. Era permesso, di notte, ospitare pellegrini all'interno delle chiese.

I gruppi di fedeli, dopo aver pregato e salmodiato, mangiavano nelle navate, in alcuni casi eccedevano nel bere, cantavano motivi popolari (per usare un eufemismo) e, vinti dalla stanchezza, finivano per sdraiarsi sui banchi. Da qui osservavano alla tenue luce delle candele gli affreschi e i dipinti prendere vita, demoni ed angeli che si muovevano e spiegavano loro il mistero del bene e i pericoli della via del male. Vedevano vescovi e cardinali avviarsi verso l'inferno e popolane accedere alla gloria eterna del paradiso. Leggevano i simboli molto meglio di quanto non sappiamo fare noi oggi, e li collegavano alle virtù teologali, o ai vizi capitali, e su questo prendevano sonno, non senza essersi prima scambiati sensazioni e paure.

In questo modo l'uomo medievale arricchiva la propria cultura religiosa e progrediva nella via della fede, grazie al "catechismo di pietra".

Alla stessa stregua le manifestazioni popolari erano fortemente simboliche. Una cronaca del tempo ci riferisce del rito dell'asino a Milano. Era portato in chiesa e onorato un asino o un cavallo, discendente, secondo l'immaginario collettivo, di quello che aveva portato, e salvato, Gesù bambino in Egitto.

« Alla domenica della Palme, raccolto il clero e il popolo nella chiesa di S. Lorenzo, il primicerio intona l'inno "Magnum salutis gaudium fino a Rex ecce tuus, humilis" ed ivi tutti attendono l'arrivo del vescovo: quando costui entra nella chiesa, tutti ad alta voce dicono "Rex ecce tuus, humilis". Finito l'inno il vescovo dal pulpito tiene un sermone al popolo. Frattanto un prete, un diacono e un suddiacono cantano privatamente. Finita la Messa ed il sermone, il vescovo benedice le palme e le olive e poi dice "Dominus vobiscum". Allora il diacono di servizio settimanale cominciava i salmi, secondo le indicazioni dei primicerio dei lettori, seguito poi nel canto dai suoi; e così escono dalla chiesa, mentre il vescovo distribuisce le palme e le olive e il primicerio dei preti parimenti le distribuisce ai suoi. Fuori dell'atrio della chiesa sta preparato un cavallo bianco coperto da un drappo d'oro per accogliere il vescovo, che monta su di esso. Mentre il vescovo sale sul cavallo, l'ostiario - capo domestico gli porge una croce di cristallo ornata di palme e di foglie d'olivo: il vescovo prendendola e tenendola con la sinistra benedice il popolo con la destra, ed un illustre milite della famiglia dei da Rho, vestito elegantemente, recante i guanti pontificali presi dal tesoro del vescovo, guida e conduce il cavallo tenendolo per il morso in mezzo alla via carraia fino alla chiesa di s. Ambrogio, dove giace il santissimo corpo di lui, preceduto dalla confraternita di s. Ambrogio con la croce d'argento: e l'ostiario di settimana porta la croce d'oro davanti al prete di settimana.
Pervenuti a porta Ticinese, tutto il clero si porta nella chiesa cattedrale iemale, e l'arcivescovo stando seduto sul cavallo coi suoi cappellani che lo seguono, viene condotto in trionfale gloria a s. Ambrogio, accompagnato da una gran turba di popolo che lo precede e lo segue. Ma quando sarà giunto al luogo ove si suole lavare il lebbroso, l'abate di s. Ambrogio deve essere ivi pronto indossando il piviale con i diaconi indossanti la dalmatica e i suddiaconi in bianco: e ivi il vescovo offre all'abate un grande ramo di palma e subito il predetto abate col suo clero cantando e salmodiando lo precede fino alla chiesa di s. Ambrogio e il vescovo nell'atrio di tale chiesa smonta dal cavallo bianco e si prepara a cantare Messa, assistito fino alla fine dall'abate col suo clero. Intanto il clero ordinario canta Messa nella chiesa cattedrale iemale. Alla fine della Messa il predetto milite dei da Rho deve pranzare con l'arcivescovo e i suoi servitori, ai quali dona una moneta d'oro. E l'ostiario di settimana che portò la croce in processione deve pranzare anch'egli coll'arcivescovo. »

Queste manifestazioni di fede erano semplici e genuine, come anche la tradizione del presepe fatta risalire a San Francesco, erano momenti in cui il popolo imparava a conoscere i misteri profondi della sua stessa fede, e la fede del popolo non poteva che essere una fede povera.

Non deve dunque stupire che in questi secoli si sentì il bisogno di una Chiesa in sintonia con il messaggio evangelico, più coerente con gli insegnamenti di Cristo e meno schiava del denaro e del potere. Il bisogno di una Chiesa purificata dagli abusi della gerarchia, di una Chiesa "dei" e "dalla parte dei" poveri contro le violenze dei signori locali. Questo anelito, questo desiderio di ritorno alle origini, all'originale Chiesa apostolica, provocò, a sua volta, reazioni, magari cruente, che si conclusero in molti casi con la condanna e il rogo di molti eretici. Non deve stupire, quindi, il successo dei movimenti pauperistici in questo periodo, come l'Ordine dei Frati Minori o quello dei Predicatori, oppure come i movimenti dei Catari, Valdesi, Patarini ecc. per il versante eterodosso.

Il popolo aveva modo di entrare in contatto con questi ultimi, perché in genere usavano un metodo di predicazione comune, detto concionatio. Si trattava di predicare in assemblee cittadine, con lo scopo non di insegnare qualcosa, ma di smuovere le coscienze verso certi valori cristiani. Troviamo così dei predicatori itineranti che annunciano sul sagrato delle chiese la condanna di Dio ai vescovi e ai preti, che invocano una moralizzazione dei costumi, e che spesso sono salvati dallo stesso popolo quando l'Inquisizione cerca di trarli in arresto. L'ascolto di questi predicatori, spesso, contribuì al risveglio di interesse verso la cosa pubblica: costatiamo così che, nel tentativo di imitare Cristo, molti fedeli si dedicarono alla politica, con lo scopo dichiarato di imporre la pace e quei valori tipici della tradizione cristiana. Basti pensare alla politica, anche verso gli islamici, nell'opera di san Francesco.

Il bisogno di predicare una chiesa diversa fu irrefrenabile, e pochi pontefici capirono, precorrendo i tempi. Fu il caso di Alessandro III (1159-1181) e Innocenzo III (1198-1216) che, pur con delle restrizioni, consentirono questa volontà di annuncio del Vangelo. Il grosso della gerarchia reagì, al contrario, in modo ostile e violento, e in alcuni casi anche opportunista. La pataria fu accolta fino a quando fu utile al Papato, ed abbandonata a se stessa quando, emancipatasi, iniziò a percorrere una strada parallela. La Chiesa non fu quasi mai in grado di capire la religiosità del popolo, e spesso non tentò nemmeno di sforzarsi. Fu scelta la più grossolana strada della clericalizzazione, dell'imposizione dottrinale. Tutto questo anelito evangelico andava invece ricondotto nell'ambito dell'esperienza monastica. Gli Ordini spesso rappresentarono la salvezza degli eretici, ma spesso anche la loro tomba: qui, infatti, potevano essere controllati definitivamente.

Giotto, Innocenzo III approva la Regola Francescana, Basilica Superiore di Assisi

Giotto, Innocenzo III approva la Regola Francescana, Basilica Superiore di Assisi

La rinascita della predicazione si concretizzò poi nella nascita di confraternite, specie nell'Italia centrale o in Lombardia, e di ordini un po' dimenticati, come quello dei Flagellanti, dei Disciplinati o quello più recente degli Umiliati. Proprio i Flagellanti nacquero con lo scopo dichiarato di ricordare a tutti le sofferenze patite dal Cristo nel desiderio, quasi, di restituire a Dio la Passione di Suo Figlio. Non a caso fu una pratica popolare, più volte ripresa, specie in occasione di fenomeni tragici e luttuosi come lo scoppio di un'epidemia di peste o di una logorante guerra di difesa. Chiedere perdono a Dio dei propri peccati restituendoGli i dolori del Figlio pareva la cosa più nobile e gradita ai suoi occhi.

« Nobili e plebei, vecchi e poveri, fanciulli persino di cinque anni, ignudi salvo che nelle parti vergognose, per le piazze della città a due a due, portando in mano un flagello di corregge, colpendosi con gemiti e pianti sulle spalle fino a farne scaturire sangue, implorando perdono per i loro peccati a Dio e alla Madonna, non soltanto di giorno ma anche di notte, con ceri accesi, nell'asprissimo inverno, a cento a mille a diecimila persino giravano intorno alle chiese, si prosternavano umilmente davanti agli altari, precedendo i loro sacerdoti con croci e vessilli. »

Il problema si presentò quando queste manifestazioni di fede popolare furono sottratte dal popolo alla gerarchia, in un periodo in cui la Chiesa era molto lontana dai bisogni e dalle attese dei suoi fedeli. Il rischio dell'eresia fu reale. L'uomo medievale, ignorante in teologia, che non sapeva distinguere la fede eretica da quella ortodossa, finì per accogliere quel modello di vita che meglio incarnava gli ideali evangelici. Si può così concludere che se molti fedeli dal punto di vista dottrinale furono giustamente definiti eretici, dovevano essere altrettanto giustamente lodati a causa della loro adesione quasi maniacale al Vangelo.

L'eresia s'impose, paradossalmente, fra i migliori cristiani, i più coerenti, non certo fra i chierici.

Questi aspetti di religiosità popolare interessavano anche le donne. Valdo le fa predicare, e pagherà un alto prezzo per questa sua scelta. Francesco accolse un ramo femminile: le clarisse. Abbiamo sante, ed eretiche, valdesi, albigesi, catare, patarine, dolciniane… La donna nel Medioevo seppe giocarsi una buona fetta di credibilità e non ebbe paura.

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28.B - I primi tentativi di riforma

Seguendo i fatti, occorre iniziare dal movimento fondato da un chierico francese chiamato Pietro Bruis, che predicò un messaggio semplice e nello stesso tempo rivoluzionario, e che trovò una feroce opposizione da parte dell'abate di Cluny, Pietro il Venerabile.

Nella sua predicazione affermava che il battesimo dei bambini non aveva alcun valore salvifico, giacché questi erano inconsapevoli. Per lui, solo chi deliberatamente accoglieva la chiamata di Dio nella fede poteva essere battezzato. Per questo nelle sue comunità fece ribattezzare tutti i nuovi adepti. Arrivò a dichiarare altresì inefficace la consacrazione eucaristica. Cristo consacrò una sola volta, il giorno dell'Ultima cena, e gli uomini non avevano l'autorità né la facoltà di rifarlo. Dal momento che Dio ascoltava i suoi figli in ogni circostanza, non certo in dipendenza del luogo in cui vivono, Pietro Bruis sostenne l'inutilità dei luoghi di culto, scatenando così fra i suoi e nella Chiesa una vera ondata iconoclasta, che portò alla distruzione delle chiese e degli oggetti di culto.

La croce, in particolare, era intesa come uno strumento di morte: non aveva senso, dunque, inginocchiarsi al suo cospetto. Le croci andavano tutte eliminate e il culto verso loro tributato andava considerato idolatria. In ultimo predicò contro ogni preghiera o culto per i defunti, inutile per chi è già vissuto e si è già ritagliato un destino di salvezza o dannazione. Pietro Bruis credeva nella predestinazione.

Il movimento si sviluppò rapidamente, sia in ambienti rurali sia in città, fra il 1110 e il 1139, interessando le regioni del Delfinato, della Provenza e della Guascogna. Proprio a causa di quest'ambientazione intervenne l'abate di Cluny, che scrisse anche un trattato ("Contra petrobrusianos hereticos") indirizzato a tutti i vescovi della Francia meridionale. Le reazioni delle curie non si fecero attendere, l'eresiarca fu tratto in arresto e condannato al rogo in un luogo mai in seguito rintracciato della valle del Rodano.

Il pensiero di Pietro Bruis ben si accordò con il contemporaneo movimento valdese, sviluppatosi (come vedremo) a Lione, e mostrò una volta di più il bisogno di riforma che la chiesa del tempo aveva e la sua ormai abissale distanza dal popolo. La morte del chierico francese, però, non rappresentò l'ultima parola su quei fatti di fede e di sangue: l'eredità petrobrusiana fu raccolta, secondo la maggior parte degli studiosi, da un monaco francese chiamato Enrico.

Predicatore itinerante, aveva operato nelle principali città della Francia meridionale scatenando la reazione dei potenti abati cistercensi.

Ogni cristiano è assolutamente responsabile del suo rapporto con Dio, e con la forza della stessa volontà poteva salvarsi. In questo, il pensiero di Enrico poteva definirsi neo-pelagiano, ma anche neo-donatista, dal momento che riteneva che lo stato di grazia interiore del sacerdote incideva sulla validità del sacramento che questi celebrava. La Chiesa per essere credibile e coerente con il Vangelo doveva dedicarsi con assiduità sulla via della povertà, rinunciando a onori e ricchezze.

Le conseguenze sul popolo furono devastanti: le parrocchie si spopolarono e il clero fu fatto oggetto di scherno e di violenze di vario tipo. Enrico fu arrestato e in occasione di un sinodo, a Pisa, nel 1134, rinnegò il suo pensiero e ottenne il trasferimento a Clairvaux. Durante il viaggio riuscì a fuggire e riprese la predicazione fino al 1145 quando, arrestato nuovamente, fu probabilmente bruciato sul rogo.

In Italia va ricordata, in questo stesso periodo, l'opera di Arnaldo da Brescia, canonico, amico e discepolo di Abelardo, propugnatore di idee riformatrici vicine alla pataria, che prendevano spunto dalla critica ai costumi del clero, al potere temporale (negava la gerarchia ecclesiale) e avanzavano l'esigenza di un rinnovamento pauperistico, evangelico e spirituale. Cacciato dalla sua città natale, si recò in Francia e partecipò al dibattito fra Bernardo di Chiaravalle e Abelardo, schierandosi apertamente dalla parte di quest'ultimo. In occasione del Sinodo di Sens, nel 1140, fu condannato insieme al suo maestro, e fu costretto a ripiegare verso Zurigo dove rimase fino al 1143. Si spostò quindi a Parigi, dove insegnò dando un limpido esempio di povertà e austerità dei costumi; due anni più tardi si recò a Roma in pellegrinaggio. Qui era in atto una nuova esperienza politica: era stata restaurata la repubblica ed eletto un sacro Senato presieduto da un patrizio. Il Papa Eugenio III (1145-1153) era stato costretto ad abbandonare la città, ed Arnaldo trovò il terreno giusto per pubblicizzare le proprie idee. Lo storico Giovanni di Salisbury (1120-1180) così ricorda quei momenti:

« Arnaldo, mentre si trovava in Roma per farvi penitenza, si guadagnò il favore della città e, predicando con tanta più libertà in quanto il Papa era occupato in Francia, formò una setta di uomini che ancor oggi è detta eresia dei Lombardi. Ebbe infatti con sé molti zelatori della continenza, che per l'aspetto di onestà e per l'austerità della vita piacevano al popolo, trovando sostegno soprattutto presso donne religiose. Frequentemente veniva ascoltato in Campidoglio e nelle concioni pubbliche. Criticava oramai apertamente i cardinali, dicendo che il loro consesso, per superbia e avarizia, per ipocrisia e molte nefandezze, non era la chiesa di Dio, ma un mercato e una spelonca di ladri: tra il popolo cristiano essi esercitavano le veci di scribi e farisei. Nemmeno il Papa era ciò che si professava, uomo apostolico e pastore di anime, ma uomo sanguinario, che fondava la sua autorità su incendi e omicidi, torturatore delle chiese, persecutore dell'innocenza, il quale non faceva altro al mondo che vessare la gente, riempiendo le proprie casse e svuotando quelle degli altri. Diceva che il suo essere apostolico consisteva nel non imitare affatto la dottrina e la vita degli apostoli: perciò non gli era dovuta obbedienza né reverenza. Aggiungeva inoltre che non dovevano essere accettati uomini che pretendessero di soggiogare a schiavitù Roma, sede dell'impero, fonte della libertà e signora del mondo. »

Punto saliente della predicazione di Arnaldo, in questa sede, fu, dunque l'abolizione del potere temporale del Papa, idee che finirono per farlo condannare. Nel 1155 Papa Adriano IV (1154-1159) interdisse ai pellegrini la città, che vide così azzerate le sue entrate, e chiese ufficialmente l'espulsione dell'eretico dalla città e il conseguente suo arresto alla guardia imperiale di Federico Barbarossa. Arnaldo fu impiccato, bruciato e le sue ceneri sparse nel Tevere, onde evitare una qualsiasi forma di culto sui suoi resti mortali.

L'anonimo autore delle "Gesta Federici" così racconta e commenta gli attimi immediatamente precedenti all'esecuzione della sentenza:

« Mentre si preparava il supplizio a cui era stato condannato e si appressava il momento dì porgere il collo al laccio gli fu domandato se volesse abiurare le sue prave credenze e, a mo' dei sapienti, confessare le sue colpe; ma egli, mirabile a dire, intrepido e coerente a se stesso, rispose che gli sembravano salutari le sue credenze, che non esitava ad affrontare la morte per la sua fede, poiché nulla vi scorgeva di assurdo e di dannoso, e che domandava soltanto qualche istante per confessare a Gesù Cristo le sue colpe. Genuflesso, con gli occhi e le mani levati al cielo, sospirando fortemente, ma senza dir parola, volse il pensiero supplice a Dio raccomandando a lui l'anima sua; poi risolutamente si abbandonò al carnefice, pronto a subire con fierezza la morte. Piangevano i presenti e il cuore dei littori era mosso a pietà. Finalmente penzolò dal laccio tenace (...). A che ti giovò, Arnaldo, tanta sapienza? (...). Ecco che la fede, per cui subisti la morte, perisce, né ti è superstite la tua dottrina! Arse con te, risolta in tenue fiamma... »

Busto di Arnaldo da Brescia, Villa Borghese, Roma

Busto di Arnaldo da Brescia, Villa Borghese, Roma

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29 - LA PATARIA

Nella seconda metà del secolo XI, mentre scoppiava la lotta per le investiture, a Milano si sviluppò un movimento molto espressivo di riforma della Chiesa. Chiamati patarini, cioè straccioni, i suoi corifei lottarono per ricondurre la Chiesa verso un livello di accettabile moralità, additando come pubblici peccatori vescovi ed ecclesiastici colpevoli di simonia e concubinato. La reazione del popolo fu loro favorevole, a tal punto che il movimento, in breve tempo, si diffuse anche nelle altre città lombarde, a Bologna, a Firenze e nei paesi bassi.

Una testimonianza dell'epoca così descrive il loro tentativo:

« Al tempo di questo vescovo Guido (1045-1075) c'erano nella città di Milano due chierici, uno chiamato Landolfo, di famiglia di vassalli maggiori, uomo fine ed eloquentissimo, l'altro si chiamava Arialdo, nato da famiglia di nobiltà equestre, uomo assai erudito negli studi liberali, che in seguito fu coronato del martirio. Costoro, dedicandosi continuamente alla lettura dei Libri sacri e in particolare al scritti del beato Ambrogio, scoprirono quanto sia colpevole nascondere il talento che ci è stato affidato (Mt 2S,25).
Per questo motivo, affidandosi a Dio e al beato Pietro principe degli apostoli, un certo giorno, aiutati dalla grazia divina, si misero a predicare al popolo. Nelle loro prediche spiegarono alla gente i delitti derivanti dalla vendita simoniaca; dimostrarono con estrema chiarezza quanto fosse indegno che sacerdoti e ministri dell'altare celebrassero i sacramenti pur essendo concubinari; e illustrarono, avvalendosi della testimonianza del beato Ambrogio, perché fosse eretico non obbedire alla chiesa di Roma. Gli uditori che erano predestinati alla vita eterna, e soprattutto i poveri, che Dio aveva scelto per confondere i potenti (l Cor. l,27), accolsero volentieri questo messaggio. Al contrario i chierici, che in quella stessa diocesi sono innumerevoli come la sabbia del mare, incitarono alla ribellione i capitani e valvassori, i venditori di chiese, i loro consanguinei e i congiunti delle loro concubine, ed essendo scoppiata una rivolta tentarono di ridurre al silenzio i due chierici. Ma furono delusi nelle loro speranze. Infatti gli straordinari atleti di Dio, con il crescere di giorno in giorno del numero di fedeli sostenitori, si dedicavano con sempre maggior ardore alla predicazione; e i nemici di Dio, divulgatasi la loro dissolutezza, ogni giorno venivano martellati dalla parola di quelli e diminuivano di numero a tal punto che un giorno perfino colui che si faceva chiamare vescovo della sua chiesa fu cacciato dalla diocesi (1057).
Al vedere questo i simoniaci, che d'altronde non erano in grado di resistere alla verità e a così grande moltitudine, erano disorientati, ed imprecando contro la loro povertà, li chiamavano Patarini, cioè straccioni. Ma quelli che dicevano al proprio fratello "Racha" erano condannabili in giudizio (Mt 5,22)- infatti il greco "rachos" si traduce in latino "pannus", cioè straccio - beati invece questi, che, per il nome di Gesù, erano degni di subire oltraggi (At 5,41) » (Bonizone, Liber ad amicum)

La prima forma di protesta fu lo sciopero liturgico: i patarini cioè, guidati dalla radicale predicazione del diacono Arialdo, rifiutarono di accostarsi ai sacramenti impartiti da sacerdoti indegni e li costrinsero ad accettare il voto di castità e nei casi più gravi istruirono processi popolari contro i sacerdoti, diaconi e vescovi renitenti.

Arnolfo, difensore della gerarchia corrotta, nelle "Gesta archiepiscoporum Mediolanensium" ci fa il resoconto di queste tensioni:

« ...Fra i sacerdoti, i diaconi e gli altri ministri del culto abbondano libidini di varia natura, compresa la famigerata eresia simoniaca; poiché allora sono nicolaiti e simoniaci si devono, con giusta ragione disprezzare. D'ora in poi guardatevi assolutamente da costoro, se vi aspettate la salvezza dal Salvatore, e non partecipate alle loro cerimonie religiose, perché i loro sacrifici contano esattamente come lo sterco dei cani e le loro cattedrali come le stalle delle bestie. Disapprovateli perciò d'ora in poi e si confischino tutti i loro beni; tutti abbiano il diritto di saccheggiare tutte le loro proprietà, ovunque siano, in città o fuori.
Anch'io, in verità, ho commesso molte azioni degne di biasimo; e, ciò che è peggio, avendo avuto finora rapporti con queste persone indegne, ho offeso il re dei cieli. Ora però con la benevolenza di Dio faccio penitenza, cercando per il futuro di prevedere tali cose. Siate dunque, o carissimi, miei imitatori, e camminate seguendo la nostra linea di condotta.
Trascorse queste e molte altre cose, che l'umana memoria non può ritenere, il popolo, sempre avido di novità, viene incitato ad assumere uno zelo eccessivo contro il clero, alcuni pensando di riportarlo a Dio, altri desiderosi delle sue ricchezze. A tal fine lo stesso Landolfo, insieme con il suo complice Arialdo, per molti giorni incitò gli animi della gente e, approfittando del vento favorevole, propose nei suoi discorsi sempre nuove accuse ed inaudite, ben conoscendo i desideri della massa.
Spesso il clero maggiore della chiesa milanese si riunì per cercare di contenere la sua temerarietà, contrapponendogli le Sacre Scritture e minacciando sanzioni canoniche. Ma egli, nel pieno disprezzo di queste, continuò con le minacce. Anzi, in un giorno di festa solenne, provenendo con gran folla dalla piazza alla cattedrale, cacciò dal coro tutti i chierici intenti a cantare i salmi, inseguendoli poi nelle aule e negli alloggi. In seguito, astutamente provvide a far redigere un editto di castità, tratto dalle leggi secolari, trascurando canoni, e con l'aiuto di laici costrinse tutti gli ordini sacri della diocesi ambrosiana, contro la loro volontà, a sottoscriverlo. Frattanto gruppi di ladri della città, oltre ad aver distrutto alcune case urbane, scorrazzavano per la diocesi, frugando nelle case dei chierici, e arraffando i loro beni. Allora il clero, oppresso in molti modi, dapprima sì lamentò mediante una supplichevole delegazione presso i vescovi della provincia ecclesiastica, e poi presso il pontefice romano. »

Fra le guide del movimento va ricordato anche il nobile Erlembaldo, capitano di un gruppo di fedeli armati fino ai denti, che si vantava di aver ricevuto dal Papa il "vessillo di guerra di san Pietro"; è lo stesso Arnolfo a divulgare la notizia:

« Dopo aver cacciato dalla città il vescovo, di cui egli stesso e i suoi progenitori erano stati vassalli, Erlembaldo usurpò tutti insieme i diritti ecclesiastici. Atto sorprendente ed inaudito, che mai si era udito né visto in passato! Ma ancor più stupefacente per il fatto che il pontefice romano lo approvava e lo sosteneva. E ciò era comprovato da molti indizi, infatti di frequente gli inviava legazioni e lettere recanti il sigillo apostolico, per cui egli dichiarava di obbedire nelle sue azioni ai comandi di Roma.
E lo stesso popolino, come si sentisse sostenuto da quella autorità, esecrava i riti divini adducendo il pretesto della simonia; lui che ignora del tutto la differenza fra la destra e la sinistra. Inoltre lo stesso Erlembaldo si gloriava di aver ricevuto dallo stesso Papa il vessillo di guerra di san Pietro da usare contro tutti i suoi avversari. Lo aveva appeso in cima ad una lancia: sembrava l'autorizzazione a compiere omicidi. Ma è certamente empio pensare che Pietro avesse qualcosa del genere o un altro vessillo al di fuori di quello che gli fu dato nel vangelo: "Chi vuoi venire dietro di me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua", dice il Signore. »

È interessante notare come gli ecclesiastici del tempo, sempre pronti all'unione con Roma quando questa tutelava i loro diritti, si dichiaravano ostili quando, in rari casi, questa denunciava abusi e ingiustizie. Il Papa di cui si fa menzione altri non è che Anselmo da Baggio, salito sul trono di Pietro con il nome di Alessandro II, in origine e fino all'ultimo patarino convinto e sempre pronto a lottare contro i privilegi e le ruberie del clero. Nel 1075, però, Erlembaldo fu ucciso e tacciato di eresia, e la protesta si affievolì. Gli ultimi seguaci furono perseguitati dai vescovi come ingiusti oppressori del clero.

Ci pare giusto concludere con la testimonianza di Andrea di Strumi, autore della "Vita Sancti Arialdi", che ricostruisce un genuino spaccato della predicazione di questo onestissimo movimento.

« In quel tempo il ceto degli ecclesiastici si era traviato in tanti errori, che a mala pena in esso esisteva ancora qualcuno, che potesse ritrovarsi al suo giusto posto. Infatti alcuni, andandosene di qua e di là con cani e falconi, abbandonavano il proprio ministero per la caccia; altri perfino avevano un'esistenza da osteria e da villani fannulloni, e altri da empi usurai; quasi tutti conducevano vita disonorevole con pubbliche mogli o con sgualdrine Tutti ricercavano il proprio tornaconto, non quello di Cristo. Infatti, e questo non si può e non si deve dire né ascoltare senza gemerne, tutti quanti si tenevano così invischiati nell'eresia simoniaca, che non si poteva raggiungere nessun ordine o grado, dal più piccolo al più grande, se non acquistandolo così come si compra il bestiame. E, cosa che è ancor peggiore, a quel tempo nessuno si faceva avanti per opporsi a così grande perversità. Al contrario, pur essendo lupi rapaci, si ritenevano veri pastori.
Per smascherare senza dubbio e correggere la loro corruzione fu mandato, da Dio certamente, a Milano, dove questa iniquità era tanto più diffusa che nelle altre città, quanto essa stessa era più popolosa, Arialdo, che, come abbiamo già detto, era ben erudito nelle leggi divine.
Entrato in città, egli fece questo suo primo discorso al popolo che era accorso quasi nella totalità per udire le sue parole: "Questa luce (Cristo) davvero eccelsa, eterna e viva lasciò due cose sulla terra, nelle quali tutti coloro che dovevano essere illuminati, lo fossero e potessero portare luce sino alla fine dei tempi, tanto questi che ancora dovevano essere illuminati, quanto quelli che già lo erano stati. Volete conoscere quali erano queste due cose? La parola di Dio e la vita dei maestri.
Circa la parola di Dio, che sia luce, udite non la mia, ma la testimonianza del salmista: "Il comando del Signore è splendente e dà luce agli occhi" (Sl. 19,9). Ed anche: "La tua parola è lucerna ai miei passi" (Sl. 119, 105).
Quanto alla vita dei maestri, che debba essere luce, lo indica apertamente la stessa Verità con le sue proprie parole, dicendo: "Voi siete la luce del mondo" (Mt 5,14). E più avanti aggiunge: "La vostra luce risplenda davanti agli uomini cosicché possano vedere le vostre opere buone e glorifichino il padre vostro che è nei cieli" (Mt 5,16).
(…) Al contrario, come potete controllare, i vostri sacerdoti, che possono risultare molto ricchi di beni terreni, sovrastano tutti nel costruire torri e case, insuperbiscono nella ricerca di onori, si abbelliscono di vesti delicate e raffinate: proprio essi sono considerati i più beati. Eccoli che, come ben vedete, si sposano liberamente come fossero laici, come laici scellerati acconsentono all'adulterio e nel praticarlo sono tanto più capaci, quanto sono meno oppressi dal lavoro materiale, vivendo cioè delle offerte fatte a Dio.
Ma Cristo, al contrario, esige e desidera nei suoi ministri tanta purezza, da condannare il delitto di adulterio non solo quando è compiuto, ma anche quando è desiderato. Dice infatti: "Chi guarda una donna per bramarla, ha già commesso adulterio con lei in cuor suo" (Mt 5,28).
Ritornate, o carissimi, in voi, ritornate e imparate a scegliere il vero e a respingere il falso. Infatti, io ho tentato di ricondurli alla loro luce, ma senza riuscirvi; per questo motivo sono venuto qui, per ricondurre voi alla vostra luce; e o vi riuscirò, o per la vostra salvezza sono pronto a offrire la mia vita in martirio".
Mentre l'uomo di Dio diceva queste e molte altre simili cose, quasi tutto il popolo s'infiammò tanto alle sue parole, da biasimare a gran voce come nemici di Dio e ingannatori delle anime quelli che fino allora aveva
venerato come ministri di Dio. »

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30 - I CATARI

Il catarismo fu una dottrina che si sviluppò a partire dall'esperienza bogomila in oriente e che intorno al 1140 fu importato in occidente per il tramite di alcuni missionari e crociati di ritorno dalle loro operazioni militari.

Bogomil, prete bulgaro del X secolo, sosteneva che Satana, sconfitto, sarebbe stato esiliato nel mondo materiale dove avrebbe ottenuto da Dio il permesso di far incarnare nella materia i suoi angeli ribelli. Dio avrebbe però promesso la salvezza a tutte queste creature, grazie all'intervento di un suo angelo, Gesù, che spiegò, attraverso la predicazione, il modo per fuggire dalla schiavitù della materia. La necessità di condurre una vita austera, votata alle mortificazioni corporali, alla castità e al celibato furono, così, le prerogative prime del movimento bogomilo.

In un secondo tempo questa dottrina si arricchì di altri elementi, frutto dell'esperienza religiosa di altre comunità, e si incamminò sulla strada della revisione dei miti primordiali.

Rifacendosi alle dottrine manichee, il catarismo teorizzò l'esistenza di un dio supremo, padrone del regno della luce, e di un dio maligno, signore delle tenebre. Il dio della luce non aveva creato il mondo dal nulla, perché la materia era eterna e il mondo non poteva aver fine. Il corpo umano era anch'esso il frutto del principio del male; invece l'anima, secondo la loro concezione, non aveva sempre un'unica origine. Per la maggioranza degli uomini anche l'anima, come il corpo, era emanazione del male. Questi uomini non potevano sperare di salvarsi, ed erano condannati a perire quando il mondo materiale fosse ritornato al caos primigenio.

L'anima di una cerchia ristretta di uomini, invece, era stata creata dal dio buono, ma subì la seduzione della donna e del potere, e per questo era stata imprigionata nel carcere del corpo. L'angelo delle tenebre avrebbe acquistato così alla propria causa, moltissimi angeli, fedeli inizialmente al dio della luce. Costoro, ingannati e traditi, avrebbero avuto un destino di dannazione se non fosse stato per un angelo della luce, il Cristo, che, riproducendo nella sua vita la loro stessa esperienza e morendo sulla croce, avrebbe svelato all'umanità la via della purificazione e della salvezza.

Nella dottrina avevano un posto importante anche i concetti di peccato e di salvezza. I catari rifiutavano il libero arbitrio. I figli del male, condannati a perire, non sarebbero potuti sfuggire alla loro sorte, mentre chi aveva avuto accesso per iniziazione alla categoria superiore della setta ormai non poteva più peccare. Essi dovevano sottostare a tutta una serie di regole durissime, per combattere il pericolo della contaminazione con la materia peccaminosa; e se peccavano, ciò significava semplicemente che il rito dell'iniziazione era rimasto inefficace, perché l'anima dell'iniziatore o dell'iniziato non era angelica.

Prima dell'iniziazione la libertà di costumi era illimitata, giacché l'unico vero peccato era stato la caduta degli angeli dal cielo, e tutto il resto era una conseguenza necessaria.

Dopo l'iniziazione, il pentimento non era più ritenuto necessario, e nemmeno l'espiazione dei peccati, quindi negavano il sacramento della confessione.

Dissenso religioso di tipo non manicheo dopo l'anno 1000

Ogni cataro, termine che significa "puro", aveva il dovere di seguire pedissequamente Cristo, attraverso le difficoltà e le persecuzioni quotidiane, senza mescolarsi con gli affari di questo mondo materiale che non gli apparteneva. Aveva il dovere di non sposarsi e comunque di vivere la continenza, per evitare di mettere al mondo figli e contribuire così ad imprigionare altri spiriti nella materia. L'atteggiamento dei catari verso la vita nasceva dal loro concetto del male, identificato con il mondo materiale. La perpetuazione della specie era considerata opera satanica, la donna incinta si trovava sotto l'influenza del demonio come pure ogni neonato. Il cataro non credeva nella risurrezione della carne, nel ricorso alla giustizia e alle armi. È chiaro che in questo modo diventava impossibile partecipare a molti aspetti della attività sociale. Per di più molti consideravano proibito ogni rapporto con "la gente del mondo" estranea alla setta, salvo che nel tentativo di convertirla.

Tutte le sette erano accomunate da un'accesissima ostilità verso la Chiesa Cattolica, che per loro non era la Chiesa di Cristo ma quella dei peccatori, la meretrice Babilonia. Il Papa era considerato la fonte di tutte le prevaricazioni, e i preti come pubblicani e farisei. La caduta della Chiesa cattolica, secondo loro, risaliva al tempo di Costantino il Grande e di Papa Silvestro, quando la Chiesa, a dispetto dei comandamenti di Cristo, diede la scalata al potere secolare con la cosiddetta "Donazione di Costantino".

I sacramenti erano rigettati, specialmente il battesimo dei bambini, ma anche il matrimonio e l'eucarestia.

Alcune ramificazioni secondarie dei catari (i catarelli e i rotari) usavano saccheggiare regolarmente le chiese. Nel 1225 i catari incendiarono una chiesa cattolica a Brescia; nel 1235 uccisero il vescovo di Mantova. Tra il 1143 e il 1148, Eon de l'Etoile, capo di una setta, si dichiarò figlio di Dio, signore di tutto il creato e in virtù del suo potere ordinò ai suoi seguaci di mettere a ferro e fuoco le chiese.

L'odio dei catari si dirigeva soprattutto contro la croce, in cui essi vedevano il simbolo del dio del Male. Già attorno al Mille, nella regione di Chálons, un certo Leutardo incitava a distruggere croci e immagini sacre.

Per loro le chiese non erano che mucchi di pietre, e la liturgia un rito pagano; rifiutavano pure le immagini sacre, l'intercessione dei santi, le preghiere per i morti. Rifiutavano la gerarchia cattolica ma ne possedevano una propria; lo stesso era per i sacramenti. La struttura organizzativa di base poggiava sulla divisione in due gruppi, quello dei "perfetti" e quello dei "credenti". La stessa suddivisione la troveremo anche presso altre comunità, come quelle valdesi. I primi erano un numero ristretto (Ranieri ne contò 4.000 in tutto), ma rappresentavano l'oligarchia che guidava la setta. Essi costituivano il clero cataro: vescovi, presbiteri e diaconi. Soltanto a loro era svelata l'intera dottrina della setta, mentre i "credenti" erano tenuti all'oscuro di molti suoi punti, soprattutto dei più radicali ed in forte contrasto con il cristianesimo. Soltanto i "perfetti" erano tenuti a osservare innumerevoli prescrizioni; in particolare non potevano in alcun caso abiurare la loro dottrina, in caso di persecuzioni dovevano affrontare il martirio, mentre i "credenti" potevano frequentare la chiesa per salvare le apparenze, e in caso di repressione potevano anche rinnegare la propria fede.

Uno dei riti fondamentali della setta era "l'adorazione", che consisteva in una triplice prosternazione dei "credenti" davanti ai "perfetti".

I "perfetti" dovevano sciogliere il loro matrimonio ed evitare qualsiasi contatto fisico, anche il più banale, con una donna. Era loro proibito avere fissa dimora, peregrinando in continuazione o rifugiandosi in asili segreti.

L'iniziazione dei "perfetti", o "consolamentum", era anche il sacramento più importante. Non si può paragonarlo ad alcun sacramento della Chiesa Cattolica. Si trattava di una via di mezzo tra il battesimo, l'ordinazione, la confessione e a volte anche l'estrema unzione. Soltanto chi lo riceveva poteva sperare di essere liberato dal carcere del corpo, perché la sua anima sarebbe tornata alla dimora celeste.

La maggior parte dei catari non si piegava alle dure prescrizioni che vincolavano i "perfetti", ma contavano di ricevere il consolamentum solo in punto di morte: si chiamava allora "la buona morte". La preghiera che si pronunciava in quell'occasione era simile al Padre Nostro.

Spesso, quando un malato che aveva ricevuto il consolamentum guariva, gli era suggerito di por fine ai suoi giorni con il suicidio, che si chiamava "endura". In molti casi l'endura era la "conditio sine qua non" per impartire il consolamentum; non di rado la subivano i vecchi e i fanciulli che avevano ricevuto il consolamentum (naturalmente in questi casi il suicidio diventava omicidio). Le forme di endura erano svariate: avvenivano per lo più per inedia (nel caso di lattanti che le madri cessavano di nutrire), ma anche per dissanguamento, o con bagni caldi alternati a esposizioni al gelo, con bevande mescolate a frammenti di vetro, oppure ancora mediante strangolamento.

Dollinger, che ha esaminato gli archivi dell'Inquisizione a Tolosa e a Carcassona, scrive:

« Studiando attentamente i verbali dei due processi citati ci si convince che furono molte di più le vittime dell'endura (alcune volontarie, altre costrette) che quelle dell'Inquisizione. »

I catari avevano una certa influenza negli ambienti più diversi, anche in quelli più elevati. Si narra che il conte Raimondo VI di Tolosa (1156-1222) tenesse al suo seguito alcuni catari, dissimulati tra gli altri cortigiani, perché in caso di morte improvvisa gli potessero impartire la loro benedizione.

Nonostante l'influenza che ebbero verso la cultura contemporanea, bisogna riconoscere che furono una setta coerente e radicale. Al volontario distacco dal mondo conseguiva la dottrina economica. Il cataro rifiutava la proprietà privata nel modo più assoluto, ma nello stesso tempo rifiutava categoricamente anche la proprietà "comune". Di là del capitalismo e del comunismo, quindi.

Interrogati da Evervino di Steinfeld, così sono descritti:

« Questa è la loro eresia. Essi dicono che la chiesa è soltanto presso loro, al punto che essi seguono con coerenza le vestigia del Cristo e rimangono i veri imitatori della vita apostolica, perché non cercano le cose che sono del mondo, non possedendo casa, né campi, né proprietà alcuna: così come il Cristo non ebbe possessi, né ai suoi discepoli concesse di averne. "Voi invece - ci dicono - aggiungete casa a casa e campo a campo, e cercate le cose che sono di questo mondo: così che anche coloro che sono ritenuti tra voi i più perfetti, come i monaci e i canonici regolari, benché non posseggano queste cose in proprio ma in comune, tuttavia tutte queste cose possiedono". Di loro stessi dicono: "Noi, poveri del Cristo, senza una sede stabile, fuggendo di città in città, come agnelli in mezzo ai lupi, siamo perseguitati come lo furono gli apostoli e i martiri, conducendo una vita santa e durissima nel digiuno e nell'astinenza, perseverando giorno e notte in preghiera e lavori, e da questi ricerchiamo unicamente il necessario per vivere. Noi sopportiamo ciò poiché non siamo del mondo: voi invece che amate il mondo, avete pace con il mondo, perché siete del mondo. Pseudo- apostoli, falsificatori della parola del Cristo, che hanno ricercano i propri interessi, hanno fatto uscire dalla retta via voi e i vostri padri. Noi e i nostri padri, generati apostoli, siamo rimasti nella grazia del Cristo e vi resteremo sin alla fine dei secoli. Per fare una distinzione tra noi e voi, il Cristo disse: "Dai loro frutti li riconoscerete" (Mt. 7, 16). I nostri frutti consistono nel seguire le vestigia del Cristo. »

I catari si diffusero rapidamente in Europa, in particolare nelle zone di più rapido sviluppo economico, nella Francia settentrionale e nelle Fiandre, dove erano detti "pubblicani", in Provenza, dove erano detti Albigesi, in Italia settentrionale e nella Dalmazia dove erano detti "catari", "bulgari" o confusi con i "patarini".

Nel 1012 si ha notizia di una setta a Magonza; nel 1018 e nel 1028 si fanno vivi in Aquitania; nel 1028 a Orléans; nel 1025 ad Arras; nel 1028 a Monforte (presso Torino); nel 1030 in Borgogna; nel 1042 e 1048 nella diocesi di Chálons-sur-Marne; nel 1051 a Goslar. Buonaccorso, ex vescovo cataro, scrive della situazione in Italia attorno al 1190:

« Non sono forse pieni di questi falsi profeti tutti i paesini, le città, i castelli? »

ed il vescovo di Milano San Galdino della Sala affermava nel 1166 che nella sua diocesi c'erano più eretici che credenti ortodossi!

Un'opera del XIII secolo enumera 72 vescovi catari. Nel 1250 il vescovo cataro Ranieri Sacconi parla di 16 chiese catare sparse fra la Francia meridionale e Bisanzio. Esse avevano stretto legami reciproci, e sembra che in Bulgaria avessero persino un papa. Tenevano concili cui presenziavano i rappresentanti di molti paesi.

Nel 1176 si tenne, presso Tolosa, un sinodo cataro sotto la direzione di Niquinta, vescovo originario di Bisanzio. Da questo "padre spirituale" i catari francesi e quelli lombardi ricevettero il "consolamentum" e l'ordinazione di sette vescovi, che rappresentavano le sette chiese d'Asia di cui parla l'Apocalisse. Praticavano il battesimo per imposizione delle mani. Il succitato Ranieri Sacconi, dopo 17 anni di eresia, si convertì e divenne a sua volta inquisitore della Lombardia e della marca di Ancona. Nel 1199 Papa Innocenzo III si trovò a fronteggiare una comunità catara a Viterbo, emettendo delle ordinanze notevoli per i suoi coadiutori.

« Se in virtù di sanzioni legittime, ai colpevoli di lesa maestà puniti di morte, sono confiscati i beni e con una decisione misericordiosa si lascia solamente la vita ai loro figli tanto più coloro che, allontanandosi dalla fede, offendono Dio nella persona di Gesù Cristo, devono essere separati, con una censura ecclesiastica, dal nostro capo Cristo, e privati dei loro beni temporali, poiché è molto più grave offendere la maestà eterna che quella temporale. »

Il successo maggiore l'eresia lo riscosse nel sud della Francia, nella Linguadoca e in Provenza. Qui furono inviate numerose missioni per cercare di convertire gli eretici. Con una di queste si recò anche san Bernardo di Chiaravalle, il quale racconta che le chiese erano deserte e nessuno più si comunicava né faceva battezzare i figli. I missionari e il clero cattolico locale erano malmenati, minacciati e insultati. La nobiltà locale sosteneva attivamente la setta, vedendovi una possibilità di appropriarsi delle terre della Chiesa. Queste regioni parvero perse per Roma per più di 50 anni.

La battaglia di Muret durante la Crociata contro gli Albigesi, miniatura dalla Bibliothèque nationale de France

La battaglia di Muret durante la Crociata contro gli Al-
bigesi, miniatura dalla Bibliothèque nationale de France

Innocenzo III, preoccupato per il dilagare dell'eresia, che aveva portato all'eccidio del legato pontificio Pietro di Castelnau da parte del conte di Tolosa, potente fautore della setta, indisse nel 1209 una crociata contro gli abitanti della città di Albi, Beziers e limitrofe, che produsse stragi, violenze spaventose ed eccidi. La Crociata contro gli Albigesi, cui aderirono in particolare i cavalieri della Francia settentrionale, si concluse con la pace di Parigi nel 1229.

« Al Padre santissimo e signore Innocenzo, per grazia di Dio sommo pontefice, il frate Arnaldo, abate di Cistercio, e Milone, suo umile servo, inviano l'ossequio tanto debito quanto devoto di una volontaria servitù.
Benedetto sia l'Iddio Onnipotente che... fece prosperare la parola uscita dalla bocca vostra contro i soverchiatori della fede che, spinti dai loro peccati, troppo si erano diffusi nella Provenza. Per la sua opera infatti sono stati distrutti i suoi nemici e subito fuggirono dal suo cospetto coloro che lo odiavano ed avevano distrutto la sua legge. Infatti dopo l'arrivo dell'illustre duca di Borgogna e di altri magnati con si gran moltitudine di crociati, quanto non si può credere che mai si sia radunata nella cristianità, un tale spavento invase gli ipocriti, che quasi miracolosamente fuggirono dinanzi alla faccia di coloro che li perseguitavano, specialmente dopo l'eccidio e la rovina della città di Beziers.
Benché, infatti, i cittadini di quella città fossero stati diligentemente ammoniti e da noi e dal proprio vescovo, e benché avessimo creduto bene di ordinare loro sotto pena della scomunica che consegnassero ai crociati gli eretici che avevano, con le cose loro, ovvero, se non potevano fare questo, che uscissero di mezzo a loro, e che se avessero fatto altrimenti il loro sangue sarebbe ricaduto sul loro capo, tuttavia non accettarono i nostri moniti ed ordini ed anzi si accordarono con giuramento con gli eretici stessi per la difesa della città... Nel giorno della festa di S. Maddalena, nella cui chiesa i cittadini di Beziers poco avanti avevano ucciso il proprio signore a tradimento, fu assediata al mattino la città. Essa in verità per posizione, per forze e per vettovaglie pareva così forte che si pensava che avrebbe potuto resistere a qualunque esercito per lungo tempo. Ma poiché non vi è forza e non vi è saggezza contro a Dio, mentre con i baroni si stava trattando della liberazione di coloro che si pensavano essere cattolici pure trovandosi entro la città, dei gaglioffi ed altra gente plebea e disarmata, senza aspettare l'ordine dei principi, fecero un attacco alla città e con stupore dei nostri, mentre si gridava "alle armi alle armi!", quasi nel giro di due o tre ore, passati i fossati e le mura, fu presa la città di Beziers. I nostri non badando a condizione sociale, a sesso od ad età, passarono a fil di spada circa ventimila persone. E fatta grandissima strage dei nemici, fu tutta saccheggiata la città e poi fu bruciata, infierendo contro di lei in modo straordinario l'ira divina. Disseminata perciò la fama di un così grande miracolo, fin a tal punto tutti furono spauriti, che andandosene a rifugiare per le montagne impraticabili fra Beziers e Carcassona, abbandonarono più di cento nobili castella, piene di cibarie e di altre suppellettili, che i fuggiaschi non avevano potuto portare via seco: fra le quali castella ve ne erano moltissime così forti per la posizione, per uomini e per ricchezze da parere capaci di resistere moltissimo tempo all'assalto del nostro esercito. »

Le condizioni poste al conte di Tolosa, ai suoi alleati e alla popolazione furono severe:

« In tutti i feudi del conte nessun uomo nobile, borghese o contadino indosserà più abiti di pregio; tutti, anche le donne, andranno vestiti obbligatoriamente con tuniche scure di tela grossolana. »

Il conte dovette far smantellare tutti i suoi castelli e tutte le opere fortificate.

« I gentiluomini di provincia non potranno abitare né trattenersi nelle città o nei paesi, ma dovranno vivere nelle campagne, come se fossero contadini o villani.
I capi di ogni famiglia verseranno al legato un tributo annuo di quattro denari tolosani (pari a 20 franchi francesi pesanti).
Al conte di Montfort ed a coloro che lo scortano (siano essi personaggi di rango o semplici soldati) quando transiteranno nei territori del conte Raimondo VI non potrà esser richiesto alcun pagamento per le cose che essi vorranno prelevare ed asportare. In caso di eventuali contestazioni, gli abitanti del luogo si rimetteranno in tutto e per tutto alle leggi del re di Francia. Il conte Raimondo VI dovrà recarsi oltremare a combattere contro i Turchi e gli Infedeli e potrà tornare in Linguadoca solo se il Legato gliene darà il permesso.
Dopo aver compiuto e mantenuto tutto quanto sopra prescritto, il conte Raimondo Vl, se vorrà riavere le sue terre e sue signorie, entrerà nell'Ordine dei Templari o in quello di San Giovanni di Gerusalemme. In caso diverso verrà privato di ogni bene in modo che non gli resti nulla. »

A seguito di questi sanguinosi fatti l'eresia, ormai agonizzante, riuscì a sopravvivere solo per qualche secolo prima di morire.

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31 - GLI UMILIATI

Nello stesso secolo in cui si affermavano definitivamente in Europa i catari e i valdesi, troviamo anche il prepotente sviluppo di un movimento che sopravvisse sempre lungo quel sottile spartiacque che separava l'ortodossia dall'eresia, fino a cadere definitivamente in disgrazia, ma solo verso il XVII secolo. Sorti in Lombardia, erano detti Umiliati.

« Sono chiamati umiliati coloro che, lasciando ogni cosa per il Cristo, si radunano in diversi luoghi, vivono del lavoro delle loro mani, predicano con frequenza la parola di Dio e volentieri la ascoltano, perfetti e stabili nella fede, efficaci nelle opere. Siffatta religione si è tanto moltiplicata nell'episcopato milanese che ha creato centocinquanta congregazioni conventuali di uomini da una parte, di donne dall'altra, senza contare coloro che rimangono nelle proprie case. »

Nel "Chronicon universale" è riportata questa testimonianza:

« Vi furono nelle città di Lombardia alcuni cittadini che, rimanendo nelle case con le loro famiglie, sceglievano un modo di vivere religiosamente, si astenevano da menzogne, giuramenti e liti, contenti di una veste semplice, difendendo la fede cattolica. Costoro si recarono dal Papa (Alessandro III) chiedendo la conferma del proprio proposito di vita. Il Papa concesse loro di fare ogni cosa in umiltà e onestà, ma interdisse in modo particolare di tenere riunioni e proibì rigorosamente di osare di predicare in pubblico. Essi non osservarono a lungo questi obblighi. Quindi, divenuti disobbedienti, furono per molti occasione di scandalo e di rovina per se stessi. »

L'esperienza degli Umiliati è quindi prossima a quella dei "poveri di Lione". Si trattava di laici sposati che vivevano la castità e che erano sottoposti ad una regola di vita comune. Svolgevano attività in proprio, come tessitori o addetti alla filatura. Come i valdesi ricevettero l'approvazione da Alessandro III e Urbano III nel 1186, e solo in un secondo tempo, disattendendo agli ordini, furono dichiarati fuori legge da Roma.

Nel 1183 Valdo fu condannato, e al suo destino furono legati anche gli Umiliati. Paradossalmente, come in molte altre occasioni avremo modo di costatare, la condanna ecclesiastica finì per abbandonare le frange più radicali del movimento nelle braccia dell'eresia. A questo proposito nei testi è spesso citato il caso di una comunità veronese, dove nel 1203 vivevano insieme umiliati, valdesi e catari in simbiotica armonia. In realtà gli umiliati non appartennero mai alla tradizione eretica, e non vollero appartenervi, nel 1199 Innocenzo III ricevette una delegazione, e decise di prendere per mano il gruppo per reintrodurlo gradualmente alla conciliazione con Santa Romana Chiesa. Il tentativo riuscì, e gli Umiliati ebbero una nuova struttura e dei nuovi capi. La storia del movimento si identificò, in ogni caso, con la storia della Lombardia, e in particolare con quella della diocesi di Milano. Nel contado del Seprio si trattò di una presenza che non passò inosservata.

"A partire dal XII secolo si diffondono in Lombardia gli Umiliati nati come associazione laica a scopo religioso e sociale ed ispirata alla regola benedettina. 
A Samarate pare che ne esistessero una casa femminile e una maschile. Nel tempo dalla lavorazione delle lane e dei fustagni, gli Umiliati passarono ad altre attività acquistando notevole potere economico e l'originaria aspirazione ascetica venne degenerando tanto che nel ‘500 a Samarate il convento delle Umiliate era "tanto dissoluto da non avere più nessuna sembianza di comunità religiosa. »

Jacques de Vitry (1170-1240) nella sua "Historia occidentalis" così parlò di loro:

« In Italia, e principalmente nella regione della Lombardia, esistono alcune comunità di uomini e di donne che vivono sotto una regola: li chiamano Umiliati per il fatto che nella povertà e austerità dell'abbigliamento, nella compostezza degli atteggiamenti esteriori, nella severità dei costumi e in tutte le loro parole ed azioni, danno un grande esempio di umiltà.
Fanno vita comune e si sostentano in gran parte col lavoro delle loro mani. Non hanno, infatti, molte rendite e proprietà, e a nessuno di loro è lecito possedere qualcosa in proprio. I laici, come anche i chierici non tralasciano di recitare tutte le ore canoniche, di giorno e di notte. Quasi tutti infatti hanno studiato. Coloro invece che non riescono a imparare il breviario sono prosciolti da questo obbligo con l'impegno di recitare un determinato numero di Paternoster come contraccambio dovuto.
In quasi tutte le città di quella regione vi sono molte comunità di questo movimento religioso. Molti di loro non mangiano carne, se non durante gravi malattie, e non fanno uso di camicie o di vesti di lino o di piume. Si dedicano poi assiduamente alle letture, alle preghiere e ai lavori manuali, con passione allontanano da sé l'inerzia e il torpore dell'ozio.
Le loro converse vivono separate in modo tale dagli uomini di quell'ordine religioso e abitano con ogni prudenza e vigilanza in ambienti appartati, che né in chiesa né in altro luogo possono rivolgersi reciprocamente la parola o vedersi, se non di rado. Anche quando si riuniscono per la predicazione della parola di Dio, generalmente sono separati gli uni dalle altre da un muro.
I loro frati, sia chierici che laici istruiti, hanno dal sommo pontefice, che ha approvato la loro regola e i loro propositi conformi ai canoni, l'autorità di predicare, non soltanto all'interno della loro comunità, ma anche sulle piazze e nelle città, nelle chiese del clero secolare, dopo aver però ottenuto il consenso dai prelati locali.
È accaduto perciò che con la loro predicazione hanno convertito al Signore molti cittadini nobili e potenti, ed anche donne sposate e fanciulle. Alcuni di essi, rinunciando completamente al mondo, entrarono nel loro ordine; altri invece, pur restando materialmente nel mondo, benché abbiano moglie e figli, perseverano nella loro vita umile, evitando gli affari mondani, mantenendo un comportamento religioso, con sobrietà nel vitto e compiendo opere di misericordia: fanno uso dei beni di questo mondo, secondo il consiglio dell'apostolo Paolo (1 Cor 7,31), come se non se ne servissero pienamente. Ma anche dei sacerdoti e dei chierici, rinunciando ai piaceri ingannevoli di questo mondo, scelgono la povertà volontaria come norma di vita e si associano ai suddetti Umiliati.
Essi infatti, al termine delle loro prediche, quando ancora il cuore degli ascoltatori, fervido per merito della parola di Dio ascoltata, è più propenso a disprezzare il mondo e a servire il suo creatore, sono soliti chiedere ai presenti se c'è qualcuno che per ispirazione divina vuole entrare nel loro ordine. E molti, in quel particolare San Carlo Borromeo entusiasmo e fervore religioso, si fanno Umiliati. E così in poco tempo si sono moltiplicati in modo eccezionale ed hanno fondato molte comunità di frati e di suore in varie città. Sono diventati a tal punto lo spauracchio degli eretici, chiamati Patarini, e smascherando così con forza e apertamente i loro errori disorientano pubblicamente gli empi e con prudenza convincono gli increduli con l'aiuto della Sacra Scrittura, che quelli non osano ormai più comparire in pubblico davanti a loro.
E molti fra gli eretici, riconoscendo il proprio errore e ritornati alla fede di Cristo, si sono uniti a quei frati: sono così divenuti discepoli della verità, essi che erano stati maestri dell'errore. »

La storia del movimento si legò indissolubilmente il 26 ottobre 1569 alla vita di San Carlo Borromeo (1538-1584), che da qualche anno aveva avviato una riforma dell'Ordine. In quel giorno un Umiliato di Milano, tale Girolamo Donato, detto il Farina, sparò un colpo di archibugio contro il Santo, intento alla preghiera nella sua cappella privata, e per questo il Papa nel 1571 abolì il ramo maschile, mentre quello femminile sopravvisse fino al XVIII secolo.

« Nel 1570 con Carlo Borromeo le monache Umiliate Samaratesi di San Bartolomeo risultavano unite a quelle di San Michele a Gallarate ed infine nel 1571 il Papa soppresse l'ordine degli Umiliati. La presenza umiliata in Samarate sarebbe alle origini della fondazione della chiesa ancora oggi esistente dedicata a San Rocco databile alla fine del ‘400 quando il culto di San Rocco fu connesso con le ondate di peste del 1477-1485 ecc. (nei suoi pressi vi era il Lazzaretto) ma ricostruita tra la fine ‘600 e l'inizio ‘700 quando fu oratorio della confraternita dei Disciplini. »

Nota: chi scrive insegna a Gallarate, a pochi chilometri dal Comune di Samarate.

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32 – I VALDESI

Le origini del movimento valdese risalgono a Valdo o Valdesio, che un documento del 1308, e quindi posteriore, chiama Pietro.

Nel 1175 la lettura dei Vangeli, che si era fatto tradurre in volgare, lo indussero ad una vita più coerente con la vocazione al discepolato cristiano. Vendette i suoi beni (era infatti un ricco mercante), provvide al sostentamento della moglie e delle sue due figlie e utilizzò il resto dei suoi beni a favore dei poveri. Con alcuni seguaci si diede a predicare il Vangelo e costituì una confraternita o "societas" (ramo maschile e femminile) con i tre voti monastici di povertà, castità ed obbedienza. Si fecero chiamare "poveri di Cristo", ma furono poi detti "poveri di Lione", dalla città da cui partì la loro opera missionaria.

La loro predicazione laica incontrò l'opposizione dell'arcivescovo di questa città, Guizardo Bellemani,; per evitare conseguenze, Valdo si rivolse a Roma, a Papa Alessandro III, dal quale ricevette l'approvazione per la coerenza di vita, e la conseguente autorizzazione a predicare.

Tornato a Lione, Valdo decise di ammettere anche le donne alla predicazione, e il movimento assunse un atteggiamento di profonda critica verso gli abusi del clero. Forse proprio il suo viaggio a Roma contribuì a rafforzare queste posizioni. Il suo arcivescovo lo denunciò e questa volta il Papa interdisse la predicazione a tutti i valdesi. Una delegazione valdese fu ascoltata durante il Concilio Lateranense III, e anche in questa sede non fu concessa l'autorizzazione a predicare liberamente. Valdo si rifiutò di obbedire, e per questo fu scomunicato nel 1183.

Un ecclesiastico inglese, Walter Map, che li vide e li interrogò al Concilio, li descrisse così, in un passo in cui si dimostrò molto critico nei loro confronti:

« Nel Concilio romano, celebrato sotto il Papa Alessandro III, ho visto dei Valdesi, uomini plebei ed incolti, così denominati dal loro capo "Valdo", il quale era stato cittadino di Lione sul Rodano. Costoro presentarono al signor Papa un libro, scritto in lingua gallica, contenente il testo e il commento dei Salmi e di parecchi libri del Vecchio e del Nuovo Testamento. Essi chiedevano con grande insistenza che fosse loro confermata licenza di predicare, credendosene capaci, benché fossero appena dei presuntuosi... Io, benché fossi il minimo fra tante migliaia di membri del clero, me la ridevo perché si stava a discutere la loro richiesta e se ne era anche in dubbio; e chiamato da un grande prelato, cui anche il sommo pontefice aveva dato l'incarico delle confessioni, aggiustai il bersaglio alla saetta; e convocati molti giuristi e dotti, mi furono portati davanti due Valdesi, che avevano l'aria di essere due esponenti detta loro setta...
Per primo dunque feci loro delle domande facilissime, su cose che a nessuno è lecito ignorare, sapendo che, quando l'asino mangia i cardi, le sue labbra trovano sgradita la lattuga.
"Credete in Dio Padre?". Risposero: "Crediamo". "E nel Figlio?". Risposero: "Crediamo". "E nello Spirito Santo?". Risposero: "Crediamo". Continuai a chiedere: "Nella madre di Cristo?" E questi lo stesso: "Crediamo".
E da tutti furono beffeggiati clamorosamente e dovettero andarsene confusi, come ben si meritavano, poiché non avevano alcun maestro e volevano fare da maestro agli altri, alla maniera di Fetonte, che non sapeva neppure il nome dei suoi cavalli.
Costoro non hanno domicilio preciso da nessuna parte, ma se ne vanno in giro, due a due, a piedi scalzi, vestiti di lana, senza possedere niente ed avendo ogni cosa in comune fra di loro, come seguaci ignudi di un Cristo ignudo. Ora cominciano con grande umiltà, perché non possono avanzare il passo. Ma se li lasceranno andare avanti, finiranno per cacciarci via. »

La loro dottrina fu poi ulteriormente censurata il 30 novembre 1215 in occasione del Concilio Lateranense IV, anche se con formulazione piuttosto vaga:

« Scomunichiamo e anatematizziamo ogni eresia che si erge contro la santa, ortodossa e cattolica fede, come l'abbiamo esposta sopra. Condanniamo tutti gli eretici, sotto qualunque nome; essi hanno facce diverse, ma le loro code sono strettamente unite l'una all'altra, perché convergono tutti in un punto: sulla vanità. Gli eretici condannati siano abbandonati alle potestà secolari o ai loro balivi per essere puniti con pene adeguate. I chierici siano prima degradati della loro dignità; i beni di questi condannati, se si tratta di laici, siano confiscati; se fossero chierici, siano attribuiti alla chiesa, dalla quale ricevono lo stipendio. »

Nonostante queste contromisure, i poveri di Lione si diffusero rapidamente nel mezzogiorno della Francia, e ben presto raggiunsero anche l'Italia settentrionale. In Lombardia si unirono ad essi dei gruppi di laici che conducevano vita comune di lavoro e di preghiera. Questi presero il nome di "poveri lombardi". I due rami del movimento ebbero tendenze abbastanza diverse: i poveri di Lione si consideravano sempre un movimento in seno alla Chiesa Cattolica e rifiutavano il lavoro per dedicarsi interamente alla predicazione. I lombardi, invece, si sentivano più staccati dalla Chiesa Romana, e apprezzavano il lavoro manuale. Per affrontare questi ed altri problemi i valdesi tennero un sinodo a Bergamo nel 1218, nel quale la tendenza lombarda prevalse. Valdo era già morto da 12 anni.

Nei secoli XIII e XIV i valdesi si diffusero in tutta l'Europa, dal Mediterraneo al Baltico, dalla Francia alla Boemia.

Originariamente il nome "valdesi" designava soltanto i membri dalla confraternita che facevano i tre voti. Gli aderenti che continuavano a svolgere la loro attività nella vita civile erano invece chiamati "amici o noti" (a Dio).

Furono duramente perseguitati dall'Inquisizione, e per questo si videro costretti a condurre una vita clandestina e, nell'ultimo quarto del secolo XV, si estinsero a nord delle Alpi.

Appartenevano in prevalenza al ceto artigiano e contadino, ma talvolta emergeva fra di loro qualche persona di cultura. La loro protesta non fu teologica, e il loro pensiero rimase fondamentalmente cattolico fino alla loro adesione alla Riforma; tuttavia la loro interpretazione letteralistica della Bibbia li indusse a rifiutare alcune dottrine riguardanti il Purgatorio, le preghiere per i defunti, l'intercessione dei santi e la recita dell'Ave Maria.

Attribuivano grande importanza al sermone della montagna e ai detti più radicali di Gesù; rifiutavano perciò il giuramento, la violenza e l'uso della spada, anche se al servizio della giustizia.

Avevano tre ministeri: diaconi, presbiteri e vescovi. Fra i vescovi veniva scelto il "maioralis o maior", che assumeva la direzione del movimento.

I presbiteri (chiamati maestri in Germania e barba, cioè zii, nei paesi latini) andavano di paese in paese predicavano e ascoltavano le confessioni di peccato dei fedeli. I diaconi più giovani accompagnavano i predicatori.

« C'eravamo, dunque, arrivati, finalmente, a quel misterioso Pra' del Torno, fortezza, cuore, santuario delle valli. Là, nei primi tempi dei Valdesi, era il seminario teologico dei barba, l'antica scuola "educatrice di pastori, d'evangelisti e di martiri" nella quale s'istruivano i giovani alunni nelle Sacre Scritture e nel latino, si copiavano i manoscritti della Bibbia, e si componevano trattati religiosi; e di là partivano poi i nuovi pastori, a due a due, e si spandevano per il mondo, esercitando la professione di mercanti, di chirurghi e di medici, per diffondere più sicuramente la parola di Dio, e andavano a trovare i loro fratelli di Calabria e di Puglia, i loro discepoli di Moravia, d'Ungheria e di Boemia. »

Punti di riferimento per la loro missione erano gli ospizi, case tenute da un rettore e da qualche sorella credente e attempata. Servivano da luogo di riunione, e talvolta da scuola di predicazione. Nelle riunioni pregavano e ascoltavano la predica della Parola di Dio. In Francia, il giovedì santo, commemoravano l'ultima cena con l'agape (che non aveva nulla a che vedere con l'Eucarestia) con pane, vino e pesce, alla quale erano ammessi solamente i fratelli della confraternita. Gli altri andavano alla messa. I valdesi di origine lombarda e Stemma dei Valdesi tedesca ammettevano all'eucarestia anche gli amici, e la celebravano più di frequente.

La stemma dei Valdesi (a sinistra) è probabilmente in relazione con quello dei conti di Luserna, antichi feudatari della Val Pellice, e compare per la prima volta in opere a stampa del XVII secolo. La candela o fiamma sul candeliere associata alla scritta « lux lucet in tenebris » è un chiaro riferimento al testo evangelico di Gv 1,5, dove Gesù è detto "luce che risplende nelle tenebre". Le sette stelle che fanno corona alla luce sono un riferimento alla visione di Ap 1,16, in cui Cristo tiene nella mano sette stelle che rappresentano le sette chiese d'Asia. Con questi due riferimenti biblici i valdesi hanno voluto affermare la loro volontà di fedeltà al Vangelo luce degli uomini, e la loro certezza di essere in comunione con Cristo.

Alla fine del XV secolo erano diffusi nella Provenza, nel Delfinato, nelle valli del Piemonte e nell'Italia centro-meridionale. In Provenza, nonostante le dure persecuzioni, contavano comunità notevoli.

In Piemonte, come quelli nel Delfinato, ebbero a subire alcune dure persecuzioni alla fine del XV secolo. I Valdesi del Delfinato furono particolarmente colpiti dalla crociata organizzata nel 1448 dall'arcidiacono Alberto Cattaneo, nunzio e commissario apostolico, per volere del Re di Francia Carlo VIII (1483-1498).

Nella prima metà del XV secolo il vescovo Federico Reiser si era adoperato a promuovere l'unione con gli Hussiti. Per lui il valdismo era un movimento di rinnovamento nell'ambito della chiesa cattolica, che già Valdo aveva definito « ecclesia romana nostra ». Reiser morì sul rogo a Strasburgo nel 1458.

In Germania si ebbe invece una dura persecuzione nel Brandeburgo intorno al 1480. I superstiti si rifugiarono presso i Fratelli Moravi con i quali poi si fusero: questi furono gli ultimi valdesi a nord delle Alpi.

I valdesi della diaspora italiana, appartenenti ai ceti umili dei contadini e degli artigiani, non sembrano aver avuto contatto con i Riformatori, mentre quelli piemontesi ebbero numerosi rapporti. Fu l'Inquisizione che paradossalmente finì per spingerli verso la Riforma.

Nel 1510 le comunità di Paesana e Praviglielmo ebbero a soffrire una persecuzione con altri nuclei di valdesi nel Marchesato di Saluzzo. In quell'anno tre fedeli furono arsi vivi ed altri si rifugiarono nelle valli alpine, ma tre anni più tardi poterono tornare alle loro terre.

Nel 1536, per assicurarsi i valichi alpini nel conflitto contro Carlo V, il Re di Francia Francesco I (1515-1547) occupò buona parte della regione, lasciando al Duca Carlo III Vercelli e la Val d'Aosta. La diffusione della riforma in Piemonte avvenne quindi essenzialmente nel periodo della dominazione francese (1536-1559).

I barba, tornando dai lunghi viaggi compiuti per visitare i gruppi di fedeli della vasta diaspora valdese, portarono alle comunità piemontesi e provenzali le prime notizie del movimento di Riforma in Germania e in Svizzera.

Per avere precise informazioni, il Sinodo di Laus (Pragelato) nel 1526 inviò in Svizzera i barba Martino Gonin e Guido di Calabria. Essi portarono notizie e libri sui riformatori, ma non sappiamo molto del risultato della loro missione. Nel 1530 fu tentata una seconda missione guidata da Giorgio Nord e Pietro Masson. Venne data loro una confessione di fede, una specie di questionario da presentare ai riformatori. Visitarono Farel a Neuchàtel, Haller a Berna, Ecolampadio a Basilea e Bucero a Strasburgo; particolarmente con questi ultimi due ebbero proficui colloqui ottenendo risposte ben precise al loro questionario.

Esposero come veniva inteso dai Valdesi il ministero itinerante dei barba che osservavano il celibato, l'obbedienza assoluta e la povertà. Chiesero se era utile una distinzione gerarchica fra vescovi, presbiteri e diaconi. Questioni sui sacramenti, l'intercessione di Maria e dei santi, che essi ritenevano "un'invenzione dell'anticristo", sulla confessione auricolare che essi ritenevano utile, su una possibile graduazione della gravità dei peccati, sulla salvezza dei bambini.

Diffusero informazioni sulla vita morale delle loro comunità: divieto di giurare, giocare, ballare, cantare canzoni sciocche, indossare vestiti non convenienti. Tutte le liti dovevano essere risolte nell'ambito della comunità. Volevano conoscere l'opinione dei riformatori sullo "jus gladii" dello Stato, sul giuramento, sul matrimonio fra parenti e confessavano che era frequente fra loro il nicodemismo. I Riformatori nelle loro risposte insistettero soprattutto sui seguenti punti:

Dopo la consultazione Morel e Masson presero la via del ritorno, ma presso Digione Masson fu tratto in arresto. Morel, giunto in Provenza, riferì sulla sua missione a un'assemblea convocata a Mérindol.

Facciata del Tempio Valdese di MilanoLe proposte dei riformatori esigevano un esame attento e una consultazione di tutta la comunità valdese; fu perciò convocato un sinodo generale a Cianforan in Val d'Angrogna, al quale parteciparono i barba della vasta diaspora italiana.

« ...In un luogo, dove passammo, tutto coperto da un castagneto, e chiamato Cianforan, forse da un gruppo di case che c'era anticamente, fu tenuta l'adunanza famosa del 1532, detta Sinodo d'Angrogna, al quale, oltre i pastori delle valli, intervennero dei barba dell'altra parte delle Alpi, e molto seguito di fedeli delle colonie provenzale e calabrese, per trattare insieme l'adesione dei Valdesi alla Riforma; e là fu redatta quella dichiarazione di fede in 17 articoli, che rimase poi, con quella primissima del secolo duodecimo, il fondamento scritto del valdismo. 
E là pure, non molto lontano da Cianforan, dopo lo spietato editto di Vittorio Amedeo II, ebbe luogo quella tragica assemblea, iniziata con una preghiera solenne di Enrico Arnaud, il futuro capitano della Rientrata Gloriosa presenziata dagli ambasciatori dei sei cantoni protestanti di Svizzera, e interrotta da scoppi di pianto e da grida di angoscia; nella quale si discusse intorno a quei due soli partiti disperati che si potevano prendere: o rassegnarsi a perdere la patria, o difendersi, senza speranza, fino all'ultimo sangue. »

Il sinodo, che durò sei giorni, decise di accogliere le tesi dei riformatori, ed il movimento valdese sì trasformò in una chiesa riformata.

Quest'adesione incontrò comunque, alcune resistenze: due barba del Delfinato, Daniele di Valenza e Giovanni di Molise, protestarono e si recarono a Mladà Boleslav, in Boemia, nella speranza di avere l'appoggio morale dei Fratelli Moravi contro i riformatori svizzeri. Quelli, infatti, scrissero una lettera rimproverando i valdesi per la deviazione e pregandoli di tornare alla dottrina dei padri. I due barba dissidenti si presentarono al Sinodo di Praly (1533) che tuttavia confermò le decisioni prese l'anno precedente e, stando così le cose, la comunità fu divisa per qualche anno.


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